Intervista a Nicola Verlato

 

 

Le propongo qui di seguito una serie di interrogativi che la mia breve ricerca sulla sua arte ha mosso, sperando di poter delineare, grazie alla sua preziosa esperienza, un aspetto che si specifichi del tema trattato intrecciandolo al suo vasto ed eterogeneo percorso tracciato dalle sue opere.

 

 

  1. Nella considerazione di queste e del loro peculiare modo di presentare corpi iperrealisti dipinti, scolpiti o plasmati nella materia virtuale, quale ritiene sia la funzione e il valore della preponderante presenza di corpi umani? Ritiene che abbiano una valenza narrativa o presentativa di una sfera spirituale interna e compresente al corpo?

 

I corpi umani che invariabilmente sempre rappresento al centro dei miei dipinti hanno la funzione precipua di provocare una forte reazione emotiva nel riguardante, e in primis nel primo riguardante di tutti che sono io stesso. Ho pensato per moltissimo tempo perche’ ho sempre sentito questa necessita’ di rappresentare esclusivamente corpi umani in movimento, e devo dire che la risposta e’ che se non lo potessi fare non dipingerei nemmeno. Senza approfondirsi troppo in dettagli biografici, non ho nemmeno memoria fin dalla mia infanzia di alcun interesse per la pittura di paesaggio o di natura morta ( esclusa la fiscella di Caravaggio). Nel corso del tempo ho trovato qualche risposta soddisfacente nella neurologia, nella teoria dei neuroni a specchio che in qualche modo conferma, secondo un paradigma scientifico, e quindi oggi ritenuto accettabile, che la visione dei corpi dipinti sia quanto di piu’ emotivamente coinvolgente ci possa essere ( c’e’ un ottimo paper di Freedberg Gallese a questo proposito, https://academiccommons.columbia.edu/catalog/ac:125567) . Questo forte impatto emotivo che perseguo nel mio lavoro e che mi porta a cercare constantemente di riperpetuare le forti scariche emotive che ho provato da bambino di fronte alle opere dei grandi maestri ( Caravaggio Michelangelo e Grunewald in primis) , io lo assimilo a quanto di piu’ profondo possa essere dato di essere provato, ad uno stato di assolutezza conoscitiva per me insuperabile da qualsiasi altro mezzo, una specie di religione dei corpi, di chi guarda dunque e di quelli che sono rappresentati. Il corpo dipinto e’ in qualche modo il luogo che accende uno stato di consapevolezza che io assimilo al sacro nel senso piu’ alto possibile.

 

 

 

 

 

  1. Osservando in particolare i corpi scultorei e architettonici e trovandovi un chiaro riferimento all’epoca post-rinascimentale, è sopraggiunta una riflessione sulla percettività dell’uomo e del suo inestricabile rapporto gnoseologico col mondo: ritiene che la sua arte possa dirsi capace di intensificare la percezione, di rendere la comunità osservante più cosciente delle sue potenzialità percettive e dunque recepire il visibile e l’esperienza nella sua profondità?

 

Si certamente, quello e’ il mio obbiettivo, ricongiungermi cioe’ con un percorso interrotto che vedo esattamente come la via verso la percezione dell’assoluto attraverso il rapporto tra il corpo percipiente e quello percepito e rappresentato.

 

Il rinascimento come l’antichita’ classica, secondo me sono le due epoche dell’occidente che hanno ritrovato, all’interno del percorso del nichilismo occidentale, nuovamente una sorta di ritorno ad una condizione che giace in fondo a tutte le culture, e grazie all’arte figurativa, da cui l’occidente stesso altrimenti risulta scisso. Ritrovare questo stato percettivo grazie alla rappresentaizione di se stessi non piu’ come individui, ma come “specie” permette di ritrovare quella dimensione dell’eterno che altrimenti ci sfugge in quanto individui scissi dal reale. E’ quei che attarversol’arte classica l’occidente e’ riuscito a ritrovare la percezioen della sua inestricabile connessione con il mondo, ritrovando la propria natura umana, al di fuori delle progettualita’ trascendenti ed escatologiche, l’occidente ritrova la natura e il suo eterno rinnovarsi.

 

 

  • Come si relaziona la sua opera con la mortalità del corpo umano?

 

Nella morte, nella morte del corpo che cosi’ spesso ho rappresentato si mostra l’essenza della vita, cioe’ ci mostra come la fine del corpo, la fine meccanica di un corpo che si contorce prima di esalare l’ultimo respiro sia la fine del tutto. In qualche modo la pittura e la scultura figurativa sono il mezzo quintenssenziale atto a mostrarci la finitezza della vita entro I confini della materialita’ del corpo. Mi sono sempre trovato a disagio di fronte alle opere che cercano di sugegrire stati d’animo interiori non resi manifesti proprio dalla meccanica delle azioni. Fra le opere che preferisco in assoluto ci sono alcune sculture ellenistiche dove si nota l’estrema attenzione per esempio alle vene pulsanti appena sotto la pelle dei corpi nudi, dove si avverte che la vita e’ proprio e solamente li, l’arrestarsi di quel pulsare produrrebbe la fine del tutto. Non si vedra’ mai piu’ questa consapevolezza tragica nel corso della produzion artistica occidentale.

 

 

  1. Trovo affascinante che tra le sue sculture sia presente materia solida e digitale a un tempo: questa duplice direzione della sua scultura ha evocato nella mia memoria una distinzione che Italo Calvino sosteneva nelle sue Lezioni Americane nel 1985, che qui le cito:

 

Possiamo dire che due vocazioni opposte si contendono il campo della letteratura attraverso i secoli: l’una tende a fare del linguaggio un elemento senza peso, che aleggia sopra le cose come una nube, o meglio un pulviscolo sottile, o meglio ancora un campo di impulsi magnetici; l’altra tende a comunicare al linguaggio il peso, lo spessore, la concretezza delle cose, dei corpi, delle sensazioni.1

 

Vi è nella sua visione una sostanziale differenza tra il solido e il virtuale, non soltanto nel processo artistico che li compone e formula, ma anche nella loro posizione di immagine rivolta al pubblico e circoscritta ad un intento specifico che ne orienti il messaggio?

 

Molto ha a che fare con la presa d’atto del momento storico in cui viviamo, e piu’ in generale dell’essenza conflittuale dell’occidente. Il solido e il virtuale sono le due forze in contesa dell’occidente, Calasso direbbe il continuo e il discreto, e secondo me in verita’ cio’ corrisponde al principio del verbo e dell’immagine, cioe’ dello scontro fra la divinizzazione della parola propria delle religioni monoteiste contrapposta alla religione delle immagini del paganesimo antico. L’occidente e’ il territorio di questa crisi e l’arte ha sempre svolto la funzione, quando le e’ stato concesso nei momenti di allentamento della persecuzione iconoclasta, di rallentare la corsa nichilista dell’annientamento trascendente del senso delle cose proprio della tradizione monoteista.

 

Oggi, nella mia visione, il compito dell’arte e’ quello di riportare nella realta’ solida la realta’ frutto del calcolo e della trasformazione della realta’ in nulla sotteso al mondo digitale . Puo’ apparire paradossale, ma la mia attenzione che dura da almeno 35 anni verso il mondo del virtuale deriva proprio dalla consapevolezza che maturo’ fin dai primi anni ottanta, che quello sarebbe stato il nuovo corso delle cose e che la pittura doveva appropriarsene per piegarne la direzione in senso opposto a quella dematerializzante apparentemente piu’ ovvia.

 

La realta’ piu’ pregnante che oggi viviamo e’ dunque quella che ci proviene da oltre lo schermo del computer, ne siamo cosi’ avviluppati che tutto cio’ che non avesse a che fare con essa ci risulterebbe privo di senso, e’ per questo che esattamente quella realta’ deve essere spostata nel reale primario e nel fare questo essa viene cambiata di senso.

 

E’ il nuovo terreno della sfida, e’ proprio li che si svolge il conflitto, la pittura che semplicemente ignora l’esistenza del conflitto in corso relega se stessa nel terreno della assoluta irrilevanza.

 

 

  • Calvino,Lezioni Americane, Milano, 1993, p. 18.

 

 

 

  1. Ha acuito il mio interesse nei confronti del suo lavoro leggere che suo riferimento all’interno della Storia

dell’Arte risieda nel Cinquecento e nel Seicento, laddove ha detto di trovare la ripresa del “cammino delle

immagini”2. Di qui non ho potuto non notare un parallelismo a mio avviso piuttosto chiaro: alcuna critica del

Novecento ha letto la forma delle arti di quell’epoca come momento d’una sua inevitabile cristallizzazione, una forma che pur guardando alla vetta di perfezione toccata dall’opera Michelangelo e dei suoi contemporanei, non poteva che imitarne la superficie, non potendone però emulare quell’attraversamento della materia nel suo

 

carattere essenziale. Così secondo Federico Zeri, il Manierismo avrebbe portato l’immagine all’apice del suo

trionfo, perpetuando se stessa e di conseguenza finendo per astrarsi dalla realtà.3

 

A questo proposito, ritiene che l’immagine possa ad oggi correre il rischio di una simile astrazione? E, se virtuale, può l’immagine/opera d’arte considerarsi un dispositivo che dialoghi con la qualità gnoseologica e ontologica dell’uomo? Può davvero incrementare la sua esperienza e raffinare la sua percettività, inserendosi nel suo incessante esercizio di conoscenza di sé e del mondo?

 

Ogni epoca conosce il suo apice e le sue cristallizazioni, oggi non corriamo assolutamente il rischio di nessuno cristallizazione essendo lontanissimi dal toccare alcun apice, nella mia interpretazione siamo forse solamente all’inizio dello schiudersi di una possibilita’, qualcosa di simile, idealmente, a quando Nicola Pisano dalle Puglie si sposto’ in Toscana. Anch’egli iniziava la sua esperienza in un mondo dominato da un’arte fortissimamente controllata ( quella della tradizion bizantina) come io ritengo sia oggi quella dell’arte contemporanea (controllata in senso iconoclasta dal mercato che ne distrugge qualsiasi possibilita’ di svolgere il ruolo socialmente benefico di cui e’ capace) . La pittura bizantina era considerata una scrittura di immagini, il pttore scriveva le immagini, non le dipingeva, e questa si, analogamente all’arte contemporanea era una forma pesantemente cristallizata di fare arte.

 

Nicola ripartiva dalla tarda romanita’ e faticosamente riapriva la strada a coloro I quali poi ritrovarono, nel corso del rinascimento, un classicismo dalle forme purissime analogo a quello antico.

 

La possibilita’ dell’astrazione, cioe’ dell’eliminazione della figura l’abbiamo gia’ vissuta, siamo cioe’ oggi molto oltre quel rischio, oggi viviamo una situazione di stallo compromissoria corrispondente al postmoderno dove le figure esistono solo a patto che si mostrino nell’atto del suicidio (cioe’ in una sospensione di senso secondo me analoga al compromesso bizantino delle icone come immagini scritte) sono presenti infatti tutte le possibili variazioni e corollari all’immagine purche’ questa non si manifesti nelle sue piene potenzialita’, in modo da evitarne una ripresa del ruolo sociale e quindi anche gnoseologico e ontologico. Il regno delle immaigni non e’ quello della filosofia, la conoscenza che questo induce infatti e’ di segno diverso, ma e’ quella piu’ profonda quella che supera la parola e le sue aporie e ci mette al cospetto dell’assoluto, dell’eternita’ degli enti in quanto tali.

 

L’esperienza del virtuale quindi, che nasce all’interno del mondo delle ombre, delle immagini che muoioino nel momento in cui si manifestano ( quelle che ci appaiiono nei monitors dei computers) contiene in se pero’ un germe importantissimo, che e’ quello del fatto che per realizzarle e’ necessario produrre dei modelli, questi modelli portano in nuce la possibilita’ di essere trasformati in oggetti solidi ( stampa 3D per esempio) e manipolati, possono cioe’ produrre quel percorso a ritroso che muove dalla immaterialita’ verso la materia ed e’ su questa inversione di senso che lavoro da molti anni.

 

Ho infatti elaborato una metodologia di lavoro, che e’ quella che applico a tutto quello che faccio, che contiene positivamente tutto il sistema dei media ordinato secondo una direzione che va dall’immateriale verso il solido comprimendo I dati in modelli fino a convergere nella loro materializzazione nel mondo reale abitato dai corpi

 

  • http://www.artribune.com/professioni-e-professionisti/who-is-who/2016/11/nicola-verlato-discorsi-sulla-pittura-tra-manierismo-e-videogame-tecnologia-losangeles/.

 

  • In Pittura e Controriforma, Zeri parla di un’arte senza tempo, quella appunto della Maniera, che a suo avviso aveva dato avvio all’epoca delle immagini come “santini”, ovvero cristallizzate e prive di una introspezione della forma.

 

solidi.

 

Per rendere un poco piu’ comprensibile la cosa posso fare un esempio del mio processo di lavoro:

 

tutte le narrazioni delle quali voglio fornire una immagine si trovano inizialmente in una nuvola gassosa, quella del sistema dei media, in forma di frammenti ( immagini fotografiche soprattutto, filmati articoli di giornali, canzoni etc etc) tutti disponibili oggi in internet.

 

Il primo stadio di compressione dal gassoso verso il liquido, se si vuole, non e’ qualcosa che devo essere io necessariamente a produrre, ma e’ invece il sistema dei media stesso che automaticamnte produce se si manifesta un interesse collettivo di un certo rilievo verso quella narrazione, I frammenti vengono raccolti in una libro per esempio, una prima sintesi viene compiuta, oppure in un fumetto o in un film.

 

A questo punto in certi casi il livello solido di compressione dei dati viene ancora fornito dal sistema, sembrera’ qualcosa di livello infimo ( e per forza ci appare in questo modo nella cultura in cui siamo immersi) ma per molte narrazioni che sono arrivate al livello del film il passaggio successivo e’ la produzione di statuine di plastica e non solo, dei veri e propri semi-idolini dei quali molte persone si riempiono la casa.

 

Il livello ulteriore e’ quello dove intervengo io, dove cioe’ tutte queste informazioni vengono raccolte e usate per produrre una immagine definitiva ( implicando tutte le startegie compositive e formali tipiche del dipinto concepito per essere allocato in un spazio reale) che idealmente occupi un luogo preciso, un luogo che quasi richieda la presenza dell’immagine stessa.

 

Come si vede questo tipo di processo e’ esattamente l’opposto di cio’ che la tendenza del nostro tempo cerca di imporre ( procede dall’immateriale verso il materiale) ecco perche’ interpreto il ruolo dell’arte come un ruolo di riequilibrio necessario soprattutto oggi per ritrovare il senso del luogo e del nostro corpo che quei luoghi abita, il sacro delle immagini che tarsforma gli spazi in luoghi.

 

di Elena De Panfilis

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