Intervista Maria Luigia Gioffrè

Che ruolo ha il corpo nella tua produzione artistica?

 

Negli ultimi anni mi sto muovendo sempre di più attraverso una ricerca performativa sebbene la mia pratica artistica segue un percorso apparentemente contraddittorio che è al contempo segmentato e continuo: parte dall’utilizzo del mezzo visivo-fotografico, dove mi sono principalmente occupata di rappresentare corpi, fino ad approdare alla performance, dove agisco e sono corpo. Definirei, per certi versi e per la mia personale esperienza, queste due pratiche rispettivamente dell’ assenza e della presenza ed è per questo che mi muovo dall’una all’altra. Se la fotografia infatti, a meno che non si parli di fotografia performativa e su questo mi viene in mente la pratica del selfie o la fotografia come risultato di un processo performativo dello scatto, è un atto di osservazione e astrazione dal presente, la performance si costituisce come atto di partecipazione dell’ essere qui. E questo, mi sento di dire, si verifica al di là  che la performance sia di tipo rappresentativo, e che quindi divide lo spazio dello stage dell’audience, o di tipo immersivo-partecipato. Anche nel primo caso, infatti, trovo si tratti di una fruizione e lettura al presente dell’ evento.  Trovo che l’ arte contenga dei varchi di interstizio poetico a cui una pratica compositiva come può essere quella artistica ma non solo (e penso per esempio all’esperienza singolare del sublime che passa spesso anche per canali non ritenuti appartenere allo status dell’arte),  permette di accedere e tentare tutto questo attraverso il corpo restituisca un senso di unità  in divenire.

 

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