Francesca Della Toffola

Francesca Della Toffola

Appesi all’attimo

2008

6 fotografie. Stampa su carta fotografica.

50 x 70 cm

 

“Credo che l’ispirazione sia nata dal cinema: il film “Metropolis” di Friz Lang, l’uomo operaio, che orologio di se stesso e poi le riflessioni sul tempo proprio di Wim Wenders. Ma anche l’uomo vitruviano di Leonardo Da Vinci inscritto nella figura del cerchio (simbolo del cielo).”

Appesi all’attimo è una sequenza di ritratti fotografici realizzata da Francesca Della Toffola nel 2008: dieci fotografie, sei quelle presenti in mostra. L’artista si ritrae dietro un telo, con le braccia e le gambe forma delle lancette all’interno di un semplice quadrante circolare, una forma con un preciso significato: «Nel mio lavoro il cerchio rappresenta un orologio vero e proprio ma anche il cielo, il tempo circolare e ugualmente il moto circolare dei pianeti (luna, sole, terra)». Importante fonte ispiratrice è il film Metropolis di Friz Lang,dove l’uomo operaio diventa orologio di se stesso, insieme alle riflessioni sul tempo del regista Wim Wenders. La presenza del telo invita il visitatore ad avvicinarsi per guardare da vicino le fotografie, l’artista precisa la sua funzione simbolica: «Togliere il velo significa rendersi conto che è tutto un’illusione quello che vediamo e sentiamo, niente esiste se non nel momento in cui lo guardiamo, lo percepiamo, facciamo esperienza». Della Toffola così descrive l’origine del processo creativo: «Da oltre 15 anni lavoro con l’autoritratto: le gambe e le braccia, spesso tagliate nella composizione dell’immagine, diventano arti universali che cercano il volo, abbracciano cose, si adattano alle forme delle pareti, alle curve della natura. Il nostro corpo assume forme, comunica quello che ha dentro, la parte non visibile. Le braccia e le gambe ci permettono un’infinità di movimenti, possono potenziare la nostra comunicazione».

L’artista nella fotografia affronta il tema del movimento dinamico dei gesti, in uno specifico istante: «Chi lavora con il proprio corpo, con l’autoritratto, si scontra inevitabilmente con il passare del tempo; vedi Roman Opalka e i suoi autoritratti dal 1960 al 2004, sempre nella stessa posizione, luce, inquadratura: il volto, la pelle, i capelli cambiano colore, le rughe attraverso gli anni subiscono dei cambiamenti, ma l’intensità dello sguardo colpisce come nella prima fotografia». Tornano alla mente le parole del fotografo italiano Giovanni Chiaramonte, che definisce la fotografia come «Uno straordinario analogo dell’io dell’uomo: immagine di luce che viene generata nel buio, immagine finita in cui si specchia l’infinito, immagine del visibile in cui si rivela l’invisibile».

“Il nostro corpo assume forme, comunica quello che ha dentro, la parte non visibile. Le braccia e le gambe ci permettono un’infinità di movimenti, possono potenziare la nostra comunicazione.”

“Chi lavora con il proprio corpo, con l’autoritratto, si scontra inevitabilmente con il passare del tempo”

Nasce a Montebelluna (TV) nel 1973. Ha costantemente coltivato la passione per la fotografia: dedica la sua tesi di laurea in Lettere Moderne ad uno dei più grandi registi del Novecento…

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