Nicola Samorì

Nicola Samorì

Reverso

2012

Olio su tavola

200 x 150 cm

 

 

Reverso è la seconda versione di un soggetto omonimo di dimensioni inferiori, che Nicola Samorì esegue nel 2010, su rilettura di una pala d’altare del Cerano. Nella trasposizione successiva, esposta soltanto una volta alla Kunsthalle di Tübingen, l’artista guarda a José Ribera e alla sua Crocefissione, a quella sintesi cupa, dall’eredità caravaggesca: la realizzazione che ne consegue si reincarna in una nebbia opprimente, satura di tensione e immiserita di ogni orpello, aliena di tempo e spazio. Le coordinate essenziali della vicenda sono rimesse alla fioca parvenza delle figure circostanti: ma della Maddalena, genuflessa nell’oscurità, non resta che la larva ingrigita, a stento si scorgono le vesti purpuree di san Giovanni, con il volto distorto nel dolore, la Madonna è uno spettro, che si svela appena nel fondo nero, con il viso scalfito dai graffi e le pallide mani giunte che pregano per il Figlio.

Il Venerdì Santo quando l’autore conclude l’opera: scuoia il Cristo e la scena si accende, urla, destata nel torpore di quella foschia inattuale. L’artista, carnefice contemporaneo, concedendo al dipinto la cifra fondamentale della propria poetica, viola la sacralità della figura, in nome di quella mimesi antica che vede la pittura ad olio capace di evocare, per sovrapposizioni materiche e finissime velature cromatiche, un corpo. E come tale a tutti gli effetti, si comporta il corpo dell’opera, nell’esibire la superficie di una pelle immacolata ed esatta, sotto cui vivono, taciuti, strati confusi di caotiche viscere, che la levigatura perfetta della tavola di legno, quasi fosse una lente di vetro, permette di scandagliare. Così la scarnitura lacera la pelle del Cristo e confessa un abisso nero, a guisa di croce, dove a tratti, sotto lo sguardo snervato e supplice del morente, affiorano tenui le ossa. Destrutturata dal suo sostegno, la carne scivola macellata, gridando riversa, luminosa e anatomica, condotta in una Deposizione in itinere dalla gravità del suo stesso peso. Simultanei si intrecciano tempo di visione e tempo narrativo, vita e morte, l’apice del calvario della croce in cui il corpo dilaniato, convulso si rilascia esanime, un attimo prima di consegnarsi alla quiete della Deposizione. Ecco che il dolore, fondo nodale imprescindibile, inquieto e oscuro di ogni natura, si rivela terreno di intimità solidale, dove la singolarità della Passione di Cristo, si traduce nel dramma universale del supplizio della morte.

“Ad esser deposto è il corpo stesso della pittura, la sua sostanza sottile e in tutto simile alla pelle”

 

nasce a Forlì nel 1977. Inizia adipingere in tenera età e si diploma all’Accademia di Belle Arti di Bologna. Il dialogo costante con la pittura antica è da sempre al centro della sua produzione..

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