Thor

2010

Ambiente

Giubbotto in pelle, stivali, terra, lenti di ingrandimento, lampade a LED, cavo elettrico

 

 

A.A.A.Angelica

2008

30 x 18 x 8 cm

4 oggetti: acquarello su fogli di carta lucidi, teca in vetro pressofuso, stucco.

 

Marco Di Giovanni presenta in mostra due opere provenienti da alcune delle sue più importanti esposizioni degli ultimi anni. La prima di queste Thor, un lavoro che viene da un ciclo di mostre intitolate Nord (2011), che avevano come punto di partenza gli eroi della mitologia norrena. Si tratta di un giubbotto di pelle, il classico chiodo da biker, che Di Giovanni usa come trasposizione del dio Thor, «il più terreno degli dei ed anche il più umano, afflitto com’è da un machismo ostinato ed ostentato; fisicamente imbattibile ma iracondo fino alla fragilità psicologica». Ma del dio – o del biker– non c’è il corpo, ne rimane solo la traccia nel giubbotto e negli stivali. Smaterializzando il corpo del biker, se ne smaterializza la sua essenza? Di cosa sono traccia i suoi peculiari indumenti? Se Thor è il più terreno tra gli dei, nell’evanescenza del suo corpo, della sua matericità, l’artista esprime tutto il dramma della fragilità psicologica e umana. Questo è l’aspetto che risalta in modo ancor più urgente nella seconda opera in mostra, proveniente dall’esposizione che Di Giovanni ha tenuto nel 2017 a Ferrara, dal titolo A.A.A.Angelica del 2017 (di cui alla pagina precedente): un percorso che ha visto la sua origine nell’attenta rilettura del capolavoro cinquecentesco dell’Ariosto, L’Orlando Furioso. Si tratta di quattro acquarelli su carta da lucido raffiguranti corpi di prostitute, trovate attraverso i tipici annunci sui giornali. Accostando Angelica, “trofeo” del vincitore dei tornei e donna idealizzata nel corpo e nello spirito, ai corpi – senza testa – così carnali, reali, disponibili delle prostitute, l’artista ha creato degli acquarelli blu, quasi evanescenti, straordinari, che rendono la donna – oggetto del desiderio – quasi intoccabile. Questi quattro corpi sono, anche qui, traccia di altro, in un certo senso angelicati, dando l’impressione di «svanire inafferrabili e liquidi, riferimento al fatto che uno dei trucchi di Angelica per sfuggire ai suoi contendenti è diventare trasparente». È così che, in due opere tra loro profondamente diverse nell’origine e nell’esecuzione, Di Giovanni è riuscito a esprimere in modo coerente e originale uno dei temi più antichi affrontati nel mondo dell’arte e della letteratura, quello del corpo come segno, traccia dell’umano

“Un continuo e serrato dialogo tra matericità, trasparenza,  assenza e idealizzazione caratterizza queste opere, entrambe volte a concepire il corpo come segno, come traccia dell’umano nel mondo.”

Nasce a Teramo nel 1976, ma vive e lavora a Imola. La sua formazione si è svolta tra l’Accademia di Belle Arti e il DAMS di Bologna. Inizialmente si rivolge al mondo delle performance…

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